CORSO DI SENSIBILIZZAZIONE ALL’APPROCCIO
ECOLOGICO-SOCIALE
AI PROBLEMI
ALCOLCORRELATI E COMPLESSI
(metodo Hudolin)
A conclusione del Corso di Sensibilizzazione all'approccio ecologico
sociale ai problemi alcolcorrelati e complessi, tenutosi a Bari dal
12 al 17 novembre 2007, pubblichiamo una lettera aperta con la quale
i corsisti e gli organizzatori del corso vogliono stimolare le
istituzioni e la Comunità Locale
ad attivarsi per avviare politiche di promozione e protezione della
salute. In particolare si vuole mettere in evidenza come una cultura
sociale troppo favorente il consumo di bevande alcoliche promuova
comportamenti alcolici soprattutto nelle giovani generazioni che nel
corso del tempo possono solo causare seri danni alla salute della
popolazione generale.
LETTERA APERTA ALLA COMUNITA’
Dal Corso di Sensibilizzazione ai Problemi Alcolcorrelati e complessi di Bari.
Nella settimana dal 12 al 17 Novembre 2007, presso il Centro Giovanile Universitario “Immacolata dei Miracoli” , organizzato dall’Associazione Provinciale dei Club degli Alcolisti in Trattamento di Bari in collaborazione con il comune di Bari e la Regione Puglia, l’Unità di Alcologia della Clinica Medica “A. Murri”-Università di Bari e il Centro Universitario di Alcologia di Foggia, si è svolto il Corso di Sensibilizzazione all’Approccio Ecologico-Sociale ai Problemi Alcolcorrelati e complessi (Metodo Hudolin), rivolto a tutti coloro che intendano operare nel campo della promozione e protezione della salute per i problemi alcolcorrelati e complessi.
Il Corso è stato realizzato con il contributo finanziario del Comune di Bari.
Al Corso hanno partecipato 46 corsisti provenienti dalle province di Bari, Foggia, Brindisi, Lecce, Matera e Potenza.
Durante la settimana, i corsisti hanno maturato la consapevolezza che: I problemi alcolcorrelati e complessi non sono una malattia ma un comportamento che non favorisce il benessere. Il consumo di alcol è un problema sociale che riguarda tutti, dalla famiglia all’intera comunità come famiglia di famiglie. E’ nella famiglia e nella società che vanno cercate, attivate o potenziate le risorse per affrontarlo. Per questo è fondamentale il lavoro di rete per un intenso lavoro di collaborazione tra Scuola, Servizi Sociali e Sanitari, Ass.ni di Volontariato, Parrocchie, etc.. Di questa rete sociale fanno parte i Club degli Alcolisti in Trattamento, una porta aperta alle famiglie con problemi alcolcorrelati e complessi, una opportunità per affrontare e risolvere tali problemi modificando opinioni attraverso la relazione interpersonale.
Consumare alcol è un comportamento a rischio: ognuno di noi è chiamato a fare una scelta responsabile e consapevole per contribuire, cominciando da sé e dalla propria famiglia, al cambiamento della cultura esistente, troppo favorente riguardo al consumo delle bevande alcoliche. Tutto ciò nel rispetto delle indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che definisce l’alcol una droga e suggerisce comunque di diminuirne il consumo attraverso una precisa indicazione: “meno è meglio” Per questo i corsisti chiedono a tutti coloro che lavorano nei Servizi o che hanno compiti di responsabilità nelle Amm.ni Pubbliche, di fare scelte responsabili e il più possibile coerenti con le indicazioni dell’OMS e con le naturali esigenze di salute delle nostre comunità.
La somma delle relazioni di amicizia che generano fiducia e corresponsabilità, producono quel Capitale Sociale che serve alla comunità per accrescere la qualità della vita e migliorare la cultura sociale esistente. I Club degli Alcolisti in Trattamento sono grandi produttori di Capitale Sociale.
I corsisti invitano tutte le famiglie del territorio, la Scuola, le Istituzioni Pubbliche, le Forze dell’Ordine, le Strutture Penitenziarie, i medici e gli operatori sociali e sanitari, Parrocchie e le Associazioni di Volontariato, a cooperare tutti assieme con il contributo soprattutto dei giovani a migliorare la cultura sociale esistente indirizzando le proprie azioni verso la protezione e la promozione della salute.
L’Apcat Bari si propone, con questo Corso, di mettere a disposizione della comunità territoriale almeno altri 10 Club entro il 2008.
Per gentile concessione dell'autrice, pubblichiamo un elaborato
particolarmente significativo presentato da una delle corsiste cha ha
partecipato alla Settimana di Sensibilizzazione di Bari.
Bari, 16/11/2007
Fiorile Rosalba
GRUPPO ROSSO
“MANI TESE”
Il primo giorno di corso, lunedì 12 novembre 2007, io sono arrivata qui con una mia corazza, una corazza dura, forte, si, è vero, a volte pesante da sostenere, ma dentro la quale mi sento protetta. Io forse dovrei parlare degli altri e non di me, in virtù di quella difesa di cui parlavo prima, pensando a quello che il mio lavoro, al mio ruolo di professionista, un termine quest’ultimo che proprio a me non piace, a dirla tutta, non voglio sentirmi una professionista, ma semplicemente Rosalba, anche perché così oggi mi sento.
Dopo cinque giorni dal mio arrivo qui a Bari, mi sento catapultata in una confusione che quotidianamente non mi appartiene, io ho sempre avvertito il bisogno di vedere e mettere tutto al proprio posto, fissare e raggiungere un obiettivo e, quando questo non è stato possibile, dire: “doveva andare così, io ce l’ho messa tutta!”; ora non credo più di poter utilizzare questa frase con tanta disinvoltura o perlomeno nascondermici dietro.
Lunedì scorso sono entrata in uno stanzone immenso, ho preso posto, ma non appena il Direttore del corso ha introdotto il problema alcol, con parole tanto semplici, quanto dirette come frecce ad ognuno di noi, io sentivo già una gran voglia di piangere e mi chiedevo il perché di quegli occhi lucidi; così pian piano, andando avanti ho cercato di difendermi, di alzare e piantare paletti, perché mi sentivo attaccata, spinta a quella “disonestà intellettuale” in modo ingiusto. Oggi posso dire che ogni breccia al mio guscio di difesa è stata creata dalle risposte ai nostri comuni perché, tanto è vero che ieri non sono più riuscita trattenere quelle lacrime che zitta zitta, quasi come una ladra cercavo di asciugare durante ogni comunità e, che speravo nessuno vedesse, perché mi sentivo come chi stesse tradendo se stesso.
Anche ora piango, proprio mentre scrivo si, ma il motivo è diverso, ho paura, ho paura di perdere e non riuscire a portare con me tutte le emozioni che ho provato qui, quando tornerò a casa, alla mia quotidianità, a fare quello che facevo convintissima di farlo al meglio.
Il dolore che l’alcol si porta dietro, non è da me lontano, io lo conosco perché è ed è stato anche il mio dolore. Tante volte mi sono sentita chiamare perché Matteo aveva le convulsioni o perché dopo una bevuta con i suoi “amici”, si addormentava come un senza tetto sul gradino del portone di fianco al bar e non tornava a casa, inducendoci a cercarlo all’alba di tanti giorni. Quanti tentativi di astinenza a vuoto, quanti spintoni per evitare che picchiasse selvaggiamente moglie e figli nel tentativo di bloccarlo o, bloccare i figli che spinti dalla “vergogna” e dal “rancore” si scagliavano contro chi aveva perso la dignità che dà la parola “padre”, quante urla.
Quello che io ho fatto o che per me era giusto fare non è servito a niente; ho chiesto io stessa aiuto, ma chi mi ha aiutata era convinto come me che bastasse il Sert, i farmaci e che il “cambiamento” dovesse partire solo ed unicamente da lui; e perché il dolore della perdita di un figlio non era un dolore solo suo ma anche nostro, ma l’alcolista era lui ed il problema era un suo problema, per noi era solo una vergogna.
Ora Matteo non c’è più, ha deciso di togliersi la vita con la stessa “volontà” con cui ha iniziato a tirare giù bicchieri, uno dopo l’altro come gocce di veleno; ecco il perché alla domanda: “perché si beve?” Io ho risposto: “perché ci si vuole annientare!”
Quello che ho fatto non dico che non fosse giusto, ma l’ho fatto “per” lui e non “con” lui, non ho saputo dire a chi era intorno a me “tendiamoci le mani”, perché da soli arriveremo al niente, impariamo a dare priorità alla vita e non ai pregiudizi, perché i pregiudizi ed i giudizi sono tanti e possono svanire, ma la vita è una sola e non torna più.
Maria Antonia ieri parlava di un ragazzo, la cui famiglia ha deciso di lavarsene le mani; io so di chi parlava, chi è tra la vita e la morte, sono stata io ad accoglierlo al suo posto, letto diverso, ma la stessa stanza di un ospedale e quando io esattamente una settimana fa gli ho chiesto il perché del suo ricominciare a bere, lui mi ha risposto: “aiutatemi solo questa volta e poi non chiederò più nulla”. In quel momento credo di avergli dato tutta la dolcezza che spontaneamente sentivo di potergli dare, ma quando ieri Maria Antonia parlava, io lo immaginavo solo in quella stanza ed ho sentito dentro di me una gran paura, paura di perderlo e, poi colpa, perché sono qua e non accanto a lui. Ma forse anche io ora nel mio piccolo qualcosa per lui la sto facendo, ora riesco a vedere un po’ più chiaro, che è possibile fare qualcosa per chi “sceglie” di non stare bene, che forse il mio modo di pensare non è una conditio sine qua non ma qualcosa che può coesistere con quello che una settimana fa avrei detto essere delle emerite cavolate, perché sette giorni fa non avevo ancora visto un cerchio fatto da famiglie dove ci si tende semplicemente le mani e con il quale forse è possibile evitare che quel ragazzo diventi un ennesimo Matteo.